Capita sempre più raramente di incontrare altre persone che si occupano di cinema per discutere, approfondire, andare oltre il da fare quotidiano – figuriamoci incontrare persone che si muovono in altri ambiti, arti, discipline. Per cui innanzitutto grazie a chi ha organizzato e ad XXXX per l’occasione di incrociare idee e punti di vista.
A partire dal fatto che tra cinema e architettura sono tante, si sa, le analogie possibili. L’essere entrambi processi di riorganizzazione e creazione di spazi e luoghi, decisivi nello strutturare il vedere e il vivere il proprio tempo.
Processi che partono dalla scrittura, dalla carta. Che richiedono e definiscono un’entità responsabile, il regista o l’architetto, chiamata a orchestrare e tenere insieme una collettività di diverse competenze e professionalità. Entità chiamata a confrontarsi con il tempo, le risorse finanziarie. Con un committente, in termini di dialettica anche aspra. E con la realtà, che non necessariamente si adegua agli schemi interpretativi, ai progetti di partenza, alle aspettative.
C’è poi, mi sembra, un legame ancora più intenso e altre analogie tra un certo documentario o ‘cinema del reale’, di cui in specifico mi occupo da tempo, e l’architettura che lavora con/nel mondo della cooperazione internazionale: analogie immediatamente percepibili sul piano concreto. I budget, l’equipe di lavoro e la strumentazione ridotti all’essenziale, rispetto al cinema o all’intervento architettonico “convenzionale”. Ma prima ancora, l’idea del confronto / incontro / intervento in positivo con la realtà nei suoi aspetti più aspri, drammatici, complessi, evitati dai più.
Una realtà che significa anche una cultura e una visione del mondo e dello spazio diversa da quella in cui ci si è formati, umanamente e professionalmente. E quindi, proprio nell’approcciarsi in maniera aperta, collaborativa e non impositiva, una situazione che porta alla necessità costante di essere aperti, di adattare, modificare, risolvere – anche improvvisando creativamente. Rispettando lo spirito del progetto di partenza, ma cambiando magari forme, materiali, soluzioni. Rispettando, insomma. Ma questo funziona, anzi, è un valore aggiunto, nella misura in cui una certa architettura, come certo cinema, si pone come vocazione oltre che (prima ancora che) professione.
Altre analogie potrebbero essere rintracciate: ad esempio il trovare nello stesso luogo, sullo stesso ‘tema’ altri architetti e cooperanti, come altri filmakers, e quindi ecco un altro tema interessante, credo, il fare rete o meno tra iniziative e progetti…
Ma XXX sa raccontarsi benissimo, ho pensato durante l’intervento, e dopo. A partire dalla scelta stessa della scuola (lo sottolineo volutamente) come tema, come progetto, come realtà concretissima. Intuita meravigliosamente – grazie! grazie! – come centro di ogni comunità. Come esigenza primaria. Come diritto. E non una scuola qualsiasi, ma una struttura bella, accogliente, con materiali e soluzioni adeguate, sostenibili, creative. Pensate e poi messe alla prova dei fatti e costruite coinvolgendo tutta la comunità. Non dovrebbe essere così in ogni dove? ho pensato. A questo punto, altra riflessione, ci vorrebbero dei filmakers che raccontino meglio questa / queste storie, si potrebbe… c’è da lavorarci, sì. Grazie.
P. M., 2012