Primo Levi – courtesy of Enrico M.

in ‘Chiacchiere di bottega‘, Einaudi, 2004, Philiph Roth intervista Primo Levi, per il New York Times nel 1986 a Torino, sei mesi prima del suicidio.

visitano insieme lo stabilimento in cui Levi ha lavorato tutta la vita per quasi tren’anni, prima come ricercatore poi come dirigente.

nel passeggiare nei corridoi, Levi si sente come un cane che annusa e riconosce i suoi luoghi, un odore ‘acre ma non irritante che era rimasto attaccato ai suoi vestiti ancora per due anni dopo il
pensionamento’.

l’idea di roth è che il lavoro sia il tema centrale dell’opera di levi. ad auschwitz il lavoro è un’orrenda parodia di se stesso, inutile e insensato, una punizione che conduce a una morte misteriosa (‘arbeit macht frei’, come recitava il motto), mentre il Faussone della Chiave a stella, il suo alter ego, dice ‘a me stare sui cantieri piace’, ‘ogni lavoro che incammino è come un
primo amore’: è l’uomo lavoratore reso veramente libero dalla sua fatica

levi dice che i sue due lavori, la chimica e la scrittura, hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua vita:

io credo che i normali esseri umani siano biologicamente costruiti per un’attività volta a un obiettivo, e che l’ozio, o il lavoro privo di scopo, provochi sofferenza e atrofia. ad auschwitz ho osservato spesso un fenomeno curioso. la necessità del lavoro ben fatto è così forte da indurre le persone a svolgere anche i compiti più servili in modo impeccabile. il muratore italiano che mi ha salvato la vita odiava i tedeschi (…); ma quando gli facevano costruire un muro, lui lo faceva diritto e solido, non per obbedienza ma per dignità professionale‘,
pp. 7-8

a proposito dello stile di scrittura:
il mio modello è stato quello del ‘rapportino settimanale’ che si usa fare in fabbrica: deve essere preciso, conciso e scritto in lingua comprensibile a chiunque nella gerarchia aziendale‘., p. 11

e poi.

non credo di aver perso tempo dirigendo una fabbrica. La mia militanza aziendale, il mio onorato servizio, mi ha mantenuto in contatto con le cose reali‘, p. 18