Category Archives: I Manera in The World

The Marine Band 1896 – Paolo Manera, 201…?

The Original Blues Harmonica

The Marine Band 1896 is the archetypal blues harmonica. Almost unchanged since it was patented in 1896, this iconic instrument embodies the real deep blues like no other and is the benchmark against which all others are judged. Initially designed for European folk music, it quickly became a prominent voice of American blues of the early 20th century, played by all harmonica players of this era. It’s the soundtrack of broken hearts and dancing all night, of endless prairies and sweaty nightclubs. Like no other harmonica, the Marine Band 1896 is an invitation to express yourself in music, a key to unlock your creativity. When you discover this piece of living musical history, you won’t just play the blues. You’ll feel the blues.

Tiberio Mitri

13 febbraio 2001

Mitri, che fine tremenda

L’ alba di ieri: un vagabondo sui binari, lo schianto inevitabile. Dopo qualche ora la triste verità

* L’ ex pugile soffriva da tempo del morbo di Alzheimer, che spesso lo estraniava dal mondo circostante: si è allontanato da casa domenica sera andando incontro a un destino fatale L’ uomo è stato identificato grazie al passaporto che teneva in una tasca della giacca. Il racconto di uno dei macchinisti: «Abbiamo frenato, lui era di spalle e in pratica non si è accorto di nulla»
CARLO LAUDISA

Si è conclusa a 74 anni sotto un treno la difficile esistenza di un grande della boxe Mitri, che fine tremenda L’ alba di ieri: un vagabondo sui binari, lo schianto inevitabile. Dopo qualche ora la triste verità

ROMA – Un semplice flash di agenzia: «Un uomo di identità sconosciuta è stato investito da un convoglio ferroviario sulla linea Roma-Civitavecchia». Poi l’ identificazione, grazie ad alcuni documenti che si trovavano nella tasca del giubbotto. Si trattava proprio di Tiberio Mitri, l’ ex campione d’ Europa, nato a Trieste il 12 luglio del ‘ 26, uno dei più grandi pugili che l’ Italia abbia mai avuto, finito tragicamente sotto le ruote del treno verso le 6.45 del mattino. Mitri la sera prima non aveva fatto ritorno nella sua casa di Trastevere, tanto che gli amici preoccupati avevano avvertito l’ assistente sociale. La seconda moglie viveva separata da circa un anno, pertanto non sapeva nulla. Difficile capire dove sia andato durante la notte e cosa abbia fatto. Dopo le sei del mattino, quando già albeggiava, si è incamminato lungo i binari, indifferente a tutto quello che lo circondava. Vagava forse pensando al suo passato, ai momenti belli, pochi ma intensi, e a quelli brutti, purtroppo frequenti, che ne avevano costellato la vita. Soffriva del morbo di Alzheimer, per cui spesso dimenticava tutto e questo lo aiutava a sopportare, a vivere in un mondo tutto suo. Il macchinista quando si è accorto della sua presenza, ha suonato l’ allarme due, tre volte, poi ha azionato il freno. Tutto inutile, perché il treno era in accelerazione. «Sì, la frenata è stata lunga ma purtroppo non sufficiente – ha detto uno dei due macchinisti – la motrice lo ha colpito in pieno, lui era di spalle, neppure si è accorto di quanto stava accadendo». Il treno è rimasto bloccato e i passeggeri sono stati fatti scendere e trasferiti su un altro convoglio allestito prontamente, cercando accuratamente di evitare la vista del corpo praticamente tagliato in due. Mitri indossava un paio di scarpe logore, pantaloni, un maglione con sotto la maglia del pigiama e il giubbotto che conteneva tra l’ altro il passaporto e la ricevuta di pagamento del canone Rai. Sul viso gli occhiali da vista. Dopo i rilievi del caso, il corpo è stato trasportato all’ obitorio dove è stato ricomposto. Il comandante della Polizia ferroviaria della stazione Termini ha riferito che Mitri non era un frequentatore abituale della zona, che di solito ospitava alcuni barboni abituati a passare la notte nei pressi dello scalo ferroviario. «Camminava tranquillamente, come fosse assorto nei suoi pensieri, non ha sentito il fischio del treno che avrebbe avuto la prima fermata due chilometri più avanti, alla stazione Casilina. Non abbiamo capito come sia finito lì, anche se è probabile che sia passato da uno degli accessi che costeggiano la ferrovia tra San Lorenzo e Santa Maria Maggiore». Massimo Mitri, il nipote, lo ricorda con poche parole e dice che lo zio è morto «per troppo amore». In pratica a distruggerlo è stato a suo parere non solo la fine del primo matrimonio, ma la scomparsa per droga del figlio Alessandro, deceduto a soli 36 anni, nel 1987. «La lotta contro il veleno che ha ucciso suo figlio è stato un combattimento perso in partenza. Ha investito tutti i suoi risparmi, ha impegnato anche i suoi trofei ai quali teneva moltissimo, ma non c’ è stato nulla da fare. Così quando Alessandro ha cessato di vivere qualcosa si è spezzato dentro di lui, come se anche lui avesse smesso di vivere, avesse perso ogni interesse. Tirava avanti bevendo quello che capitava ed andando in giro per la città, il più delle volte senza una meta precisa, dimenticando anche di mangiare». Aveva scritto un libro, «La botta in testa» dicendo che lo dedicava a tutti i diseredati che pur emergendo erano tornati alle origini. Tutto quello che si crea nella vita può essere distrutto in dieci secondi. Parole purtroppo profetiche. Giorgio Lo Giudice


LA VITA SPERICOLATA DI UN CAMPIONE EUROPEO A CUI LA DROGA HA TOLTO ANCHE I DUE FIGLI
Le vittorie, la fama, la miss e poi una vecchiaia da sconfitto Tiberio Mitri a 74 anni si portava l’ antica fierezza ancora stampata sul volto, ma dentro non c’ era più niente. Da anni, ma con maggiore insistenza negli ultimi mesi, il tam tam dei conoscenti e degli appassionati di boxe ci segnalavano la difficile sopravvivenza di un vecchio sull’ orlo dell’ autodistruzione. Noi l’ avevamo raccolto sul giornale una settimana fa, ma mai avremmo pensato che dietro l’ angolo un destino così tragico aspettasse il pugile che più di tutti si è meritato l’ appellativo di «bello e dannato». Bello, il Tiberio nato a Trieste il 12 luglio del 1926 lo era veramente con quel volto che sembrava predestinarlo a una carriera di attore più che da pugile. E invece il giovane Mitri che da ragazzino era stato cromatore, radiotecnico e anche garzone di panettiere, era così deciso a fare carriera sul ring che per cominciare, a 13 anni, falsificò un documento. E se sul suo valore pugilistico i tecnici sono sempre stati divisi, non si può negare che di Tiberio Mitri, nome popolare ancora oggi, si è parlato ben oltre la fine della carriera sul ring conclusa nel ‘ 57 a soli 31 anni dopo una malinconica parentesi in Africa e Australia. L’ ex campione europeo dei medi solo sei anni fa era ancora in grado, opportunamente ringiovanito, di interpretare se stesso in un film autobiografico: si chiama «Tragedia a New York» e il regista Gianni Manera lo ha dedicato all’ America degli anni 50 di cui Tiberio era stato in qualche modo protagonista col Mondiale dei medi del 12 luglio ‘ 50 al Madison Square Garden contro Jake La Motta, fortunosa nella realizzazione (fu favorita dallo sciopero bianco dei manager che aveva portato a una maxi-squalifica dei pugili a New York) e anche nell’ epilogo ai punti, con cartellini generosi per lo sfidante. Un’ avventura che rimane avvolta nel mistero riguardo alle ingerenze mafiose di Frank Carbo, arrestato alla vigilia del match dopo aver imposto a Mitri un inutile test contro un mediomassimo. Si disse che l’ incontro era stato combinato per far vincere Tiberio, che lo stesso La Motta aveva scommesso sull’ italiano. Sta di fatto che Mitri risultò l’ ombra di se stesso, logorato oltre che dalle minacce mafiose dalla accecante gelosia nei confronti della moglie Fulvia Franco, ammiratissima miss Italia ‘ 48 e aspirante attrice, che aveva invitato un giorno in montagna quel concittadino all’ apice della fama e lo sfruttò come trampolino di lancio per una carriera hollywoodiana che non decollò mai. E l’ Italia, che aveva atteso per due giorni l’ uscita dei giornali per conoscere il risultato del primo Mondiale italiano nel Dopoguerra, diede tutta la colpa della sconfitta alle bizze della bella Fulvia, che infatti scomparì presto dalla vita del campione. Paradossalmente il cinema, sia pure mai nel ruolo di protagonista, a fine carriera si rivolse proprio a Mitri. In tutto una ventina di film con una sola punta memorabile («La Grande Guerra» in cui recitò con Vittorio Gassman e Alberto Sordi) e un grande rifiuto a Michelangelo Antonioni. L’ ultimo episodio risale a pochi anni fa, quando ebbe una parte importante nel lungometraggio «Pugili» con cui Lino Capolicchio è stato premiato al festival di Torino. In mezzo, tra il sogno di diventare un attore vero e l’ ultima apparizione televisiva nella rubrica di Enzo Biagi «Il caso», c’ è la storia di un uomo che ha cercato disperatamente di tenersi a galla tra incontri ravvicinati con la droga, l’ onta della prigione (provata tre volte), un grave incidente d’ auto, i tracolli economici e le tragedie familiari che lo hanno privato prematuramente dei suoi due figli. Alex, nato nel ‘ 51 dal matrimonio con Fulvia Franco, è morto a 36 anni stroncato da un overdose nonostante i tentativi del padre di rimetterlo in carreggiata. Tiberia, avuta da un secondo matrimonio finito male, si è arresa invece all’ Aids e da qui è cominciata la parabola discendente di un uomo che l’ uscita dal tunnel di volta in volta l’ ha cercata nella pittura, nella scrittura di un libro, nella recitazione e infine nell’ amorevole relazione con una professoressa di lettere. Dopo i 70 anni Tiberio si è invece trovato semplicemente vecchio e solo: ancora circondato dall’ affetto della sua Trastevere ma aggredito dal morbo di Alzheimer e da un difficile rapporto con la vita stessa. Negli ultimi tempi qualcuno ha creduto di riconoscerlo in un barbone mescolato ai vagabondi della stazione Termini, poi in un mendicante che vagava per Roma: quel che è certo è che Mitri aveva perso il senso della realtà, impiegava più di venti minuti per andare ad aprire la porta della sua misera casa ricolma solo di ricordi e vecchie foto e non riconosceva più gli amici. Neanche Nino Benvenuti, il concittadino che gli era rimasto vicino fino all’ ultimo, che aveva aperto una raccolta di solidarietà e lo aveva accompagnato dal suo medico personale a Modena per rimetterlo in sesto. Tiberio, che viveva di una misera pensione, probabilmente non sapeva che il dramma di un altro triestino malato, Duilio Loi, aveva riaperto l’ iter parlamentare per concedergli a breve termine un vitalizio oppure i benefici della legge Bacchelli. Lo avevamo anche scritto, sollecitati da qualche amico che aveva mandato un’ e-mail in Gazzetta: «Rischiamo di non fare in tempo ad aiutare Tiberio». Così è stato, purtroppo. Fausto Narducci Recitò con Totò, Sordi e Gassman


ROMA – Mai protagonista, ma presente in tanti film popolarissimi degli Anni 50. Oltre che nella «Grande Guerra» (‘ 59) di Mario Monicelli, accanto ad Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Silvana Mangano, ritroviamo Tiberio Mitri in «Totò a Parigi» di Camillo Mastrocinque con Totò e Sylva Koscina, «Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo» di Mauro Bolognini con Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Peppino De Filippo e Gino Cervi. E al mondo della boxe appartengono «Il nostro campione» (1955) di Vittorio Duse, «Un uomo facile» (1958) di Paolo Heusch e «Gli angeli dalle mani bendate» (‘ 61) di Oscar Brazzi con Rossano Brazzi. Molte le sue apparizioni in commedie dagli anni 60 in poi: da «I due nemici» di Guy Hamilton con David Niven, Alberto Sordi e Amedeo Nazzari, a «La signora della notte» del 1986, di Piero Schivazza con Serena Grandi e Fabio Sartor. Quante leggende sulla sfida Ma La Motta era il più forte Per far capire ai più giovani chi era Tiberio Mitri bisognerebbe spiegare com’ è cambiata la boxe negli ultimi cinquant’ anni. Mitri aveva vent’ anni, nel 1946, quando passò professionista. Gli ci sono voluti due anni e 27 incontri per giungere al titolo italiano, conquistato a Trieste contro Michele Marini e difeso a Roma contro Giovanni Manca, che in avvio di carriera gli aveva imposto un pari. La boxe italiana non aveva, a quei tempi, solide strutture organizzative cosicché Mitri dovette andare all’ estero per conquistare, a Bruxelles nel 1949 contro Cyrille Delannoit, il titolo europeo. Non c’ era la Tv e quell’ incontro lo ascoltai per radio come quello successivo, contro Jean Stock a Parigi. Nel 1950, con un record di 52 incontri (48 vittorie, tre pari e una sconfitta per squalifica), Mitri meritò le attenzioni degli organizzatori americani che lo scelsero come avversario di Jake La Motta, un italo americano che l’ anno prima aveva conquistato il titolo mondiale dei pesi medi battendo per k.o. tecnico Marcel Cerdan. L’ incontro si svolse al Madison Square Garden il 12 luglio 1950 e La Motta lo vinse abbastanza facilmente ai punti. Tuttavia su quella trasferta, piuttosto avventurosa per quei tempi, si sono costruite storie e leggende dalle quali è difficile estrarre la verità. Si è parlato della mafia che voleva accomodare l’ incontro, è stata coinvolta anche la bella moglie di Tiberio, Fulvia Franco, triestina come lui e Miss Italia 1948. Si è raccontato che, avendo Mitri e il manager rifiutato un futuro accordo con il racket americano, gli siano stati resi difficili gli allenamenti e il soggiorno. L’ unica certezza è un incontro nel quale a Mitri non sono state sufficienti l’ abilità tecnica e l’ eleganza per contenere l’ aggressività e la maggiore potenza dell’ avversario. Alla sconfitta con La Motta ne seguirono un paio, sempre ai punti, contro Claude Ritter e Charles Humez a Parigi, ma anche una serie di vittorie che rinfrescarono l’ immagine di un campione bello e popolare. Insomma si crearono le premesse perché un organizzatore abile come Carlo Della Vida in collaborazione con l’ inglese Jack Solomons organizzasse allo Stadio Flaminio di Roma il 2 maggio 1954 una sfida tra Mitri e il mulatto inglese Randolph Turpin, che aveva conquistato il titolo europeo lasciato vacante dal triestino. Turpin era stato anche campione del mondo per tre mesi, nel 1951, avendo sconfitto a Londra il grande Sugar Ray Robinson che poi lo aveva messo k.o. nell’ inevitabile rivincita . Mitri non era un picchiatore ma un pugno a freddo messo a segno dopo pochi secondi gli consentì la più rapida e clamorosa vittoria della carriera. Il successivo 13 novembre, a Milano, Charles Humez inflisse a Mitri l’ unica sconfitta prima del limite (k.o.t. in tre round) togliendogli il titolo europeo. E’ stato anche l’ unico incontro di Mitri al quale ho avuto la possibilità di assistere personalmente. Tiberio mi diede l’ impressione di un pugile vuoto, che aveva già perso prima di salire sul ring. Dissapori con la moglie (il matrimonio era già finito) pare gli avessero impedito una adeguata preparazione. Fino al 21 settembre 1957, data dell’ ultimo combattimento, Mitri sostenne ancora venti incontri, vincendone 19 (tre soli per k.o.) e perdendone uno ai punti contro Jimmy Elliott a Salisbury, in Rhodesia. Mitri ha chiuso la carriera con un record di 101 incontri, 88 vittorie (23 prima del limite), 6 pareggi e 7 sconfitte. Qualche considerazione. Nel 1950 il Madison Square Garden era molto più lontano di quanto non sia oggi, quando è stato possibile sostenervi il match d’ esordio di un debuttante come Vidoz. Il titolo europeo era una cosa seria se si pensa che nel 1960 una semifinale al titolo continentale dei mediomassimi tra Giulio Rinaldi e Germinal Ballarin mi consentì, da organizzatore, una trionfale inaugurazione del Palazzo dello Sport dell’ EUR. Mitri l’ ho conosciuto quando veniva a chiedermi un biglietto omaggio alla vigilia delle riunioni più importanti. Ne ho un ricordo triste, di un uomo dimesso, con la barba lunga, vestito male, un uomo già sconfitto. Questo accadeva quasi quarant’ anni fa e posso immaginare quanto sia stato doloroso il cammino successivo. Le poche notizie, sue e di qualche famigliare, sono state solo tristi. Fino all’ ultima, triste ma nemmeno sorprendente, di ieri.


Rino Tommasi
LA DISPERAZIONE DI BENVENUTI
«Ho perso il mio idolo»
L’ amico Nino senza pace: «Una fine assurda»
ROMA – Nino Benvenuti non si dà pace: «Una vicenda assurda ed incredibile – dice – probabilmente dovuta alla malattia che spesso lo portava a non riconoscere neppure gli amici, come accaduto nel mio caso non molto tempo fa. E’ stato un grande campione che ha avuto anche il coraggio di andare negli Stati Uniti per intraprendere un’ avventura, purtroppo disgraziata, contro La Motta e restare in piedi per 15 riprese. A quei tempi di pugili bravi ne circolavano tanti e non era certo facile emergere. Era una persona di grande generosità, ricordo che una volta lo portai in una Tv in Emilia e dopo a cena voleva pagare ad ogni costo lui il conto, anche se non navigava certo nell’ oro. Ma aveva una grande dignità, che lo portava a non chiedere mai nulla, semmai preferiva isolarsi. Quando ancora stava bene – prosegue Nino – e non era alle prese con problemi economici, aveva comperato una roulotte ed era andato a vivere in campagna da solo. Purtroppo ultimamente era peggiorato e i suoi vuoti di memoria gli creavano non poche difficoltà. Per colmo di sventura proprio in questi giorni va in discussione una legge al Senato per aiutare gli sportivi oltre i 65 anni, non importa di quale disciplina, che si trovano in difficoltà e indigenza. Purtroppo a lui non servirà, anche se c’ è da sperare che sia utile invece a molti altri personaggi che hanno dato tanto all’ Italia, ricevendo in cambio poco o niente. A Trieste mi sono allenato spesso con lui, eravamo nella stessa palestra, lo ricordavamo anche con Giuliano Gemma, era un generoso e una persona dotata di estrema correttezza, insegnava con pazienza e si prodigava con chi aveva bisogno. A me diceva poco o nulla, anche perché io non chiedevo, ma restavo lì a vederlo lavorare e tirare colpi. Bastava restare attenti per imparare, aveva una tecnica che era assolutamente perfetta. Lo consideravo un idolo. Anche se ci scambiavamo poche frasi, non c’ era bisogno per comunicare più di tanto, perché ci capivamo al volo. Ultimamente ad aiutarlo era un macellaio, Tiziano, appassionato di pugilato, che abitava vicino a lui. Gli voleva un gran bene e gli stava sempre a fianco; poi anche la Comunità di Sant’ Egidio che lo ha assistito fino all’ ultimo. E’ un pezzo di storia del pugilato che se ne va». g.l.g.


IL RICORDO DEL SUO MONDO
Loi: «Vittima della burocrazia» Il dolore di Bossi: «Noi ex, sempre soli a lottare» (r.g.)

La tragica fine di Tiberio Mitri ha ovviamente suscitato le reazioni del mondo del pugilato

GIOVANNI GRISOLIA (presidente Fpi): «Oltre il dispiacere c’ è la disperazione, come appartenente alla Sportass, di non averlo potuto aiutare. Su mia proposta avevamo votato di fargli avere un contributo di 10 milioni che avrebbe dovuto essergli assegnato in questi giorni. Al di là dell’ episodio scompare un grande campione che ha tenuto alto il vessillo del pugilato italiano. Cercheremo di garantirgli un funerale dignitoso».

DUILIO LOI (ex campione del mondo): «Tiberio era un concittadino al quale volevo molto bene. Anche se ci dividevano solo tre anni rappresentò un riferimento importante quando nel ‘ 48 passai professionista e lui era già campione italiano. Ora sappiamo quanto era solo. Sarebbe bastato l’ accompagnamento e questa tragedia si sarebbe evitata. Mitri non è una vittima della boxe ma di una burocrazia che si sblocca sempre troppo tardi. Mi farò accompagnare a Roma per i funerali di Tiberio sperando che questa morte smuova chi di dovere».

SANDRO MAZZINGHI (ex campione del mondo): «Non pensavo mai che la vita di Tiberio potesse finire in questo modo crudele. Ha subito tante traversie, forse troppe e questo deve averlo segnato oltremisura, facendolo arrivare agli estremi. Sono profondamente addolorato».

CARMELO BOSSI (ex campione del mondo): «Mi sento tristissimo perché Mitri è stato un grande campione e me lo ricordo molto bene. Una fine così atroce non la meritava. Tutti accusano la boxe quando accadono le tragedie sul ring, ma noi ex pugili siamo sempre soli o quasi a lottare per una vecchiaia dignitosa».

GIANCARLO GARBELLI (ex pugile): «Caro Tiberio, artista sul ring e fuori. Era il più buono di noi, anche per questo forse il più sfortunato. Il destino è stato crudele come gli uomini che potevano aiutarlo e non l’ hanno fatto».

KATIA BELLILLO (Ministro per le Pari Opportunità e appassionata di boxe): «È morto un mito del pugilato, un campione unico in questa disciplina che era anche leggenda dell’ Italia del dopoguerra. Questa tragedia ci fa anche capire che Mitri aveva sì bisogno di un aiuto economico, ma anche di una vicinanza umana».
Sulla mancata assistenza è polemica tra i Poli in Senato Tiberio Mitri non potrà beneficiare della legge che dispone un vitalizio di tre milioni e mezzo al mese per i pugili che hanno difeso i colori italiani sui ring internazionali. Tuttavia la sua morte servirà ad accelerare l’ iter del provvedimento. Non mancano, comunque, le polemiche tra Polo e Ulivo sulle responsabilità del ritardo. Basilio Germanà (Fi), uno dei promotori e firmatari della legge quadro sul pugilato, afferma, in una dichiarazione, che «la maggioranza avrebbe potuto fare quello che non ha fatto. Se il mio disegno di legge fosse stato approvato, forse avremmo evitato una tragedia». Le accuse dell’ esponente azzurro vengono respinte dall’ Ulivo. Fiorello Cortiana (Verdi), componente della commissione Istruzione, cultura, spettacolo e sport che al Senato si occupa del ddl, respinge al mittente le accuse e ricorda che il Polo ha sempre negato l’ esame di qualsiasi provvedimento in commissione deliberante. Fuori dalla polemica, fa rabbrividire comunque la tragica analogia (anche per l’ ora in cui è avvenuta) con la fine del casertano Prisco Perugino, 28enne campione italiano dei superpiuma che il 21 gennaio si è gettato sotto un treno della linea Napoli-Roma a Macerata Campania.

Gianni Manera

Gianni Manera (Asmara, 18 febbraio 1940 – Colleferro, 10 giugno 2013 [1])  è stato un attore e regista italiano.

Attivo soprattutto negli anni sessanta e settanta, fratello maggiore del pittore e attore Enrico Manera, era il padre della cantante e attrice Alma Manera, nata dal matrimonio con Maria Pia Liotta. Oltre al suo mestiere di attore, ha girato anche tre film come regista, soggettista e sceneggiatore, più un quarto (Tragedia a New York) mai completato per problemi produttivi[2]. In alcune pellicole è accreditato come John Manera. È morto nel giugno del 2013 in seguito a malattia.

Regista
La lunga ombra del lupo, regia di Gianni Manera (1971)
Ordine firmato in bianco, regia di Gianni Manera (1974)
Cappotto di legno, regia di Gianni Manera (1981)

Attore
Simpatico mascalzone, regia di Mario Amendola (1959)
Due marines e un generale, regia di Luigi Scattini (1965)
Vita di Dante, regia di Vittorio Cottafavi (1965)
A.D3 operazione squalo bianco, regia di Filippo Walter Ratti (1965)
7 dollari sul rosso, regia di Alberto Cardone (1966)
Crisantemi per un branco di carogne, regia di Sergio Pastore (1968)
La mano nera, regia di Antonio Racioppi (1973)


^ La morte di Gianni Manera
^ Il Manifesto

(EN) Gianni Manera, su Internet Movie Database, IMDb.com. Modifica su Wikidata
(EN) Gianni Manera, su AllMovie, All Media Network. Modifica su Wikidata
Scheda del regista sul sito Pollanet, su pollanetsquad.it.


Simpatico mascalzone
Un film di Mario Amendola. Con Virgilio Riento, Carlo Campanini, Maurizio Arena, Amelia Parella. Commedia, b/n durata 92 min. – Italia 1959.
Piero Pastore, Ferruccio Amendola, Leopoldo Valentini, Alberto Sorrentino, Francesco Barbi noto come Ciccio, Enzo Garinei, Mimmo Poli, Lyla Rocco, Toni Ucci, Cathia Caro, Tiberio Mitri, Paolo Fiorino, Gino Latilla (Musica – altri)

Io, io, io… e gli altri
Un film di Alessandro Blasetti. Con Nino Manfredi, Vittorio De Sica, Walter Chiari, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni. Commedia, b/n durata 116 min. – Italia 1965

Due marines e un generale
Un film di Luigi Scattini. Con Buster Keaton, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Luciano Pigozzi. Comico, durata 101 min. – Italia 1965

AD3 Operazione squalo bianco
U film di Stanley Lewis. Con Rodd Dana, Franca Polesello, Alan Banthe, Francesco Mulè. Spionaggio, durata 82 min. – Italia 1965

Sette dollari sul rosso
Un film di Alberto Cardone. Con Fernando Sancho, Anthony Steffen, Gianni Manera, Loredana Nusciak. Western, durata 91 min. – Italia 1966

La mano nera – Prima della mafia… più della mafia
Un film di Antonio Racioppi. Con Luigi Pistilli, Philippe Leroy, Michele Placido, Lionel Stander. Drammatico, durata 94 min. – Italia 1973.

Ordine firmato in bianco
Un film di Gianni Manera. Con Mario Pisu, Gianni Manera, Joseph Logan, Lucy Chevalier. Drammatico, durata 93 min. – Italia 1974.

Cappotto di legno
Un film di Gianni Manera. Con Michel Constantin, Gianni Manera, Joseph Logan, Arturo Dominici. Drammatico, durata 90 min. – Italia 1982. – VM 14

 


Rubato a Cinecittà nel 1995 e ritrovato solo quattordici anni dopo, “Tragedia a New York – Scarpe di cemento” di Gianni Manera sarà proiettato a L’Aquila, dove c’era stato il primo ciak.

Roma, 15 mag. – (Adnkronos) – Era stato rubato a Cinecitta’ nel 1995, poco prima che il lavoro fosse ultimato. Ritrovato dopo 14 anni, vedra’ finalmente la luce ‘Tragedia a New York – Scarpe di cemento‘, il film di Gianni Manera, completato a Toronto il 6 maggio scorso. Il film verra’ proiettato in anteprima mondiale all’Aquila, in segno di solidarieta’ verso i terremotati e in quell’occasione il regista, Gianni Manera, devolvera’ 100mila dollari in favore delle vittime del sisma che ha devastato la provincia del capoluogo abruzzese. D’altra parte, c’e’ un legame particolare che lega la pellicola di Manera all’Abruzzo. E’ proprio in questa regione infatti che il regista, di origini abruzzesi, ha dato il primo ciak, ed e’ da questa regione, che conta un numero elevato di emigrati negli Stati Uniti, che la storia del film si dipana.
Al centro della trama, infatti, c’e’ l’emigrazione italiana negli Usa. Le riprese sono state fatte in Italia, ma anche a San Francisco, New York, Los Angeles e Toronto e nel cast figurano Joseph Logan, Maria Pia Lemans, Gaetano Manera, Ornella Savorani, il noto caratterista di Hollywood Joe Spinelli, lo stesso Gianni Manera nei panni di Don Antonio Santacroce, protagonista del racconto, Don Murray, interprete con Marylin Monroe di ‘Fermata d’autobus’, e Alma Manera, la giovane attrice che ha recentemente interpretato Maria di Nazareth nel musical presentato da Benedetto XVI.
Resta il giallo dietro il furto della pellicola, ritrovata solo dopo anni di meticolose e incessanti ricerche e completata grazie alla compartecipazione di una nuova societa’ di produzione nordamericana, la Vital Manera American Movie Production Inc, in associazione con la societa’ italiana Aquila International film srl.


La lunga ombra del lupo
Italia, 1971, Drammatico, durata 108′]   Regia di Gianni Manera
Con John Manera, Aliza Adar, Ivano Davoli, Lucy Chevalier
Il partigiano Marco, braccato dai tedeschi, si rifugia nella casa dove vivono la moglie, il figlio e la cognata. La missione di stanarlo viene affidata al suo amico Andrea, che milita in campo avverso, ma che non ha nessuna intenzione di tradirlo. Si rifiuterà, anzi, di sparargli durante un’azione; condannato a morte, sarà salvato in extremis proprio da Marco. Gianni Manera firma, oltre che la regia, il soggetto e (insieme con Enrico Manera) la sceneggiatura, mentre il protagonista è – sorpresa! – John Manera.


Film su Di Bella: attori Lizzani e Damiani
Flash Film su Di Bella: attori Lizzani e Damiani Iregisti Carlo Lizzani e Damiano Damiani attori nel film “Il potere della speranza” di Gianni Manera, ispirato alla vicenda del professor Luigi Di Bella, con Giannini (il medico) e Khaty Bates (Rosy Bindi). Il primo ciak e’ stato dato a Roma, in via Veneto.
http://archiviostorico.corriere.it/1999/gennaio/12/Film_Bella_attori_Lizzani_Damiani_co_0_990112217.shtml


http://archiviostorico.corriere.it/1998/gennaio/25/Adulteri_omosessualita_per_scuotere_cattolici_co_0_9801252121.shtml

” Adulteri e omosessualita’ , per scuotere i cattolici ”
Vasile, autore di ” La confusione ” : non vedono piu’ il Male. Zanussi: ma nessuno spettacolo sveglia le coscienze
di EMILIA COSTANTINI

TEATRO & PROVOCAZIONI “Adulteri e omosessualita’, per scuotere i cattolici” Vasile, autore di “La confusione”: non vedono piu’ il Male. Zanussi: ma nessuno spettacolo sveglia le coscienze

ROMA l marito Franz, la moglie Isa e Laura, amante dell’uno e dell’altra. Un triangolo diabolico in un tranquillo interno borghese. “La confusione” si intitola il testo di Turi Vasile, al Teatro Belli, con la regia di Antonio Salines, anche protagonista nel ruolo di un quarto fondamentale personaggio: Angelo, che incarna l’innocenza e la purezza perse dagli uomini, e che alla fine fara’ crollare l’edificio di certezze ipocrite, di biechi compromessi, di loschi intrighi domestici, di degenerazione in cui convivono gli altri tre protagonisti (impersonati da Francesco Capitano, Beatrice Palme e Francesca Bianco). Scritta dieci anni fa da un autore dichiaratamente cattolico, e mai rappresentata finora, la commedia e’ piu’ attuale oggi di allora. Provoca il pubblico. Dice Vasile: “Non vedo perche’ i cattolici dovrebbero tapparsi occhi e orecchie, di fronte alla “confusione” morale, politica e sociale in cui ci troviamo”. Intrecci di adulteri e omosessualita’: marito, moglie e amante sono tre individui malati di sesso e voglia di trasgressione. In scena si gioca con rapporti mercenari, menage a trois, lussuria, ambiguita’, corruzione e degrado morale. Un tema piuttosto scabroso, ancora piu’ crudo nell’impatto con lo spettacolo dal vivo. Spiega lo scrittore: “Il tentativo estremo e’ quello di riappropriarsi il senso del peccato. Oggigiorno, tutto e’ fatto per deresponsabilizzare l’individuo, per metterlo al riparo da giudizi, per giustificarne ogni comportamento, anche il piu’ condannabile. Non c’e’ piu’ differenza tra il Bene e il Male, tutto e’ lecito, non ci si scandalizza piu’ di nulla: dalla pedofilia su Internet alla clonazione umana. E la piu’ indifferente e’ proprio la borghesia. Con questo spettacolo vorrei proprio scandalizzare l’opinione pubblica”. Nella vicenda, interviene anche un frate Cristoforo (Gianni Manera) che, pur lanciando improbabili anatemi contro i peccatori in scena, appare poco mistico e molto profano: “Rappresenta la mondanita’ della Chiesa che mi pare stia dispensando, in questo momento, troppe facili indulgenze, perdendo il rigore per paura di perdere fedeli. E in cio’ sta la sua debolezza”. Ma alla fine il terremoto riduce in rovine e calcinacci quella fiera di vanita’ e miserie terrene. Conclude Vasile: “Gli uomini credono ormai di potersi sostituire a Dio e alla natura, basta pensare agli esperimenti di ingegneria genetica. Quel terremoto e’ la ribellione delle leggi naturali e divine contro l’uomo. E’ la catarsi finale”. Il regista polacco Krzysztof Zanussi, che l’estate prossima presentera’ a San Miniato lo spettacolo “San Francesco”, riflette sugli argomenti proposti da Vasile: “Anch’io, nei miei lavori, parlo spesso della confusione in cui vive l’uomo, ma tendo a formularla in altro modo. La vera confusione e’ nella mancanza di realismo: l’essere umano non si rende conto di quella che e’ la sua posizione nell’universo, di quale particella infinitesimale rappresenti. Si e’ appropriato tanti strumenti, che poi pero’ non riesce a controllare. Ora, illudersi che il teatro o il cinema possano risvegliare le coscienze su questi temi e’ molto nobile, ma utopistico e poco applicabile, perche’ purtroppo essi rispondono a leggi di mercato. Quanto poi all’eccessivo permessivismo della Chiesa attuale non la vedo esattamente cosi’: dopo il Concilio si e’ verificato un certo rilassamento, ma adesso non mi sembra che il Vaticano sia molto indulgente e poco rigoroso su principi e valori fondamentali. E’ l’uomo di oggi che deve smettere di sentirsi come un superuomo”.*
Costantini Emilia
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La “Dolce vita” di Taormina
di Gianni Nicola Caracoglia
Chico Scimone, l’inventore siciliano del night club e della night life, racconta gli anni d’oro quando nella cittadina le star erano di casa.
“Ok ya, quelli erano proprio altri tempi”. L’accento yankee dà subito l’idea del personaggio Francesco Scimone, da tutti conosciuto come Chico, musicista e nightclubber ante-litteram, porta dentro di sè un modo di concepire la vita e il divertimento molto vicino allo stardom di chiara matrice americana. E non a caso, visto che Chico gli Usa li conosce bene in quanto vi ha vissuto a lungo – tra Boston e New York – e dove ha incamerato a pieni polmoni l’aria gaudente e un po’ viziata del night club.
Esperienza vissuta a partire dal 1928, a soli diciassette anni, tra gestione di locali e big band di jazz e che Chico ha pensato bene di trasferire anche nella sua Taormina quando vi ritornò nel 1953, aprendo la Giara, uno dei locali che in Sicilia, diventarono sinonimo per antonomasia di divertimento notturno. Anni, quelli, in cui la località turistica più famosa dell’isola viveva una parentesi di dolce vita che poco o nulla aveva da invidiare alla capitale.
E in linea con i tempi, l’anno dopo il ritorno in patria, Scimone sposò in pompa magna l’attrice spagnola Aurora De Alba, con tanto di coreografia di carretto siciliano. Scene queste che recentemente sono state riprese alla tv in un programma sui matrimoni celebri dei secolo, al pari di quello di Carlo e Diana. Non l’unico matrimonio della sua vita: Chico si è sposato altre quattro volte (mai con una italiana) ed oggi, divorziato, non considera finita la sua carriera sentimentale.
“In quel periodo a Taormina – ricorda Scimone – tra il Festival del Cinema, il David Di Donatello e vari film girati in Italia, venivano molte star che immancabilmente passavano dal mio locale che è stato il primo night club di Taormina”. Subito dopo ne ha aperto un altro con lo stesso nome a Catania, a Villa Manganelli (oggi semidistrutta ndr), e fu il primo night della città etnea. “Nel 1958 alla Giara di Catania, una signora mi chiese se potevo insegnare i passi del cha cha cha alla figlia. Bene, quella ragazza era Mina”. Episodio simile 10 anni prima, tornando da New York: sulla nave fu invitato da una signora ad ascoltare la voce del figlio aspirante cantante: il giovanotto era Johnny Dorelli.
Seduto, come ogni pomeriggio, ai tavolini del Mocambo, Scimone guarda il fiume di persone che affolla il corso e con un pizzico di nostalgia snob non riesce a non fare un confronto con il Passato. “Una volta quando c’erano meno macchine, c’era un turismo più selezionato. Al San Domenico, per esempio, si pranzava in smoking. Era facile incontrare star del cinema come Greta Garbo o grandi scrittori come Truman Capote o Tennessee Williams che passavano lunghi periodi a Taormina”.
Lo spartiacque a cavallo dei ’70: “Quando sono tornato definitivamente in Italia nel 1973 (dopo una nuova parentesi americana cominciata nel 1961 ndr) ho capito che tutto era cambiato. Le celebrità erano scomparse”. Anche la passione per la Giara andò scemando fino a quando lo cedette nel 1988. Da allora non vi è più entrato. “Come quando finisce un amore non si torna più indietro”.
La passione per la musica, ereditata dalla madre anch’ella pianista, è nata molto presto in Scimone ed ha contagiato anche la sorella Amelia che, ancora oggi, spesso suona con lui a quattro mani al piano del San Domenico.
Hotel in cui Chico suonò per la prima volta poco prima di partire per l’America, nel lontano 1928. “Allora si suonava nel pomeriggio, yah, perché c’era il the danzante. La sera, poi, andavo al cinema e facevo la colonna sonora dei film muti di Greta Garbo e Rodolfo Valentino”.
Nel celebre hotel vi è tornato a partire dal 1980. “Ho sempre amato 1’atmosfera elegante dei San Domenico. A fine serata, però, mi spostavo alla Giara e suonavo là”. Il repertorio di oggi viaggia tra le colonne sonore dei film americani più famosi e pezzi di autori dei calibro di autori del calibro di George Gershwin o Cole Porter. Non dimenticando le canzoni italiane,, dagli immortali classici napoletani fino a Umberto Bindi e Domenico Modugno. “Anche i giapponesi mi chiedono canzoni come “Core ‘ngrato” o “Santa Lucia” e il bello è che le cantano pure”. Una colonna sonora vivente, non c’è dubbio. Oggi, a 88 anni, Scimone si permette anche di dirigere l’orchestra a Plettri di Taormina conosciuta in tutto il mondo avendo fatto numerose tournée all’estero.
Stretto è il rapporto con il cinema. Innumerevoli attrici e attori hanno reso visita al suo locale – Greta Garbo è venuta a Taormina un paio di volte – e non sono mancate le partecipazioni in prima persona di alcune pellicole. Da protagonista ne “Il cappotto di di legno” di Gianni Manera della fine degli anni ’70; come ospite ne “Il piccolo diavolo” e “Johnny Stecchino” di Roberto Benigni. “Ero il pianista nella scena di piazza con Walther Mattau – ricorda ridendo -. Un Oscar meritato per Roberto”.
Scimone, dalle mille risorse, è anche uno sportivo. Non manca mai all’appuntamento catanese di Capodanno o della San Silvestro a Mare ed ogni 3 febbaro sale correndo gli 86 piani (1565 gradini) dell’Empire State Building di New York nella caratteristica gara.
(n.d.r.) Purtroppo Chico Scimone, l’ultimo dei belli, non c’è più.


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Renato 24/10/08 15:00 (Commedia – Drammatico – Poliziesco) – 1045 commenti
Pesantissimo film sulla mafia abruzzese (!) girato con ambizioni da kolossal, con momenti di imbarazzo quasi sublimi, manciate di umorismo involontario ed alcune scene plagiate alla grande dal padrino di Coppola. Tutto o quasi è dilettantesco, dai ralenti al doppiaggio, senza contare l’assurdità della storia con continui passaggi da New York al paesello abruzzese dove il Don si ritira per la vecchiaia. Grande spreco di caratteristi (Di Luia, Pazzafini, Billa, Anniballi ecc. ecc.) per quasi 130′ di durata. Alla larga.

Matalo! 7/9/08 16:31 (Commedia – Gangster – Western) – 686 commenti
Sponsorizzato da Gianfranco Fini nella vecchia vhs Cecchi Gori, un film così brutto, così narcisista, così deficiente da non meritare alcuna rivalutazione; troppo anche per un trashologo d.o.c. In confronto Il Consigliori pare Il Padrino di Coppola. Grande trailer con il ttolo del film che prende forma di bara. Manera ha la leggiadria e le fattezze di un grizzly in calore.

Daidae 2/2/09 0:02 (Comico – Horror – Poliziesco) – 519 commenti
Un film alla Manera: trashone, brutto e sopratutto confuso. Delirante il monologo iniziale che vorrebbe far risalire le origini della mafia al brigantaggio antiunitario… in Abruzzo (!?). Sembra di vedere un misto tra Il Padrino e i peggiori poveristici del poliziesco all’italiana. Sprecati quasi tutti gli attori.

Sullo sfondo di una impresa mafiosa, un vero e proprio giallo con la sua brava teoria di cadaveri e con il classico colpo di scena finale […]. Bene impostato nelle sequenze della rapina, il film fa leva, soprattutto, sulla tensione che scaturisce dal mistero che circonda i delitti, riuscendo a promuovere nello spettatore un discreto interesse. Di mestiere la regia di Gianni Manera, che interpreta, peraltro, con impegno, il ruolo di Luca Albanese. […]
Cer. – Il Messaggero – 07/05/1975


7 DOLLARI SUL ROSSO
Regia: Alberto Cardone
Anno: 1966
Cast: Anthony Steffen,Elisa Montes, Fernando Sancho, Loredana Nusciak, Gianni Manera, Jerry Wilson.
Durata: 95 min.
Regia: Alberto Cardone

Johnny Ashley passa la vita alla ricerca dell’uomo che gli ha ucciso la moglie e portato via il figlio di due anni. Sul cadavere della moglie il bandito detto “Lo sciacallo” gli lascia 7 dollari, il prezzo che per lui aveva quella donna. Da quel giorno Johnny Ashley, va alla caccia di tutti i banditi del West. Gli anni passano e suo figlio ormai cresciuto tra i banditi è divenuto un fuorilegge. Ashley ucciderà il bandito “Lo sciacallo” e si troverà contro proprio suo figlio ormai convinto che suo padre è il bandito ucciso. L’epilogo tra padre contro figlio sarà tragico.

Grande successo italiano, che affermò Anthony Steffen nell’Olimpo dei grandi attori del cinema Western. Un film ben girato e ben narrato, con una storia davvero avvincente, interpretata in modo avvincente dagli attori. I sette dollari del titolo sono quelli gettati sulla gonna rossa della moglie del protagonista uccisa da Sancho all’inizio del film. Un vero capolavoro dello spaghetti western Italiano.


CRISANTEMI PER UN BRANCO DI CAROGNE
Anno: 1968
Cast: Edmund Purdom, Gianni Manera, Marilena Possenti, Ivano Davoli, Livio Lorenzon, Giovanna Lenzi.
Durata: 83 min.
Regia: Sergio Pastore
Western insignificante sotto ogni forma, anche nella trama Anche questo, come non pochi film di Pastore, ha avuto una distribuzione limitatissima ed è stato visto da pochissimi… per fortuna.

“I will be retired the day I die” – Rest in Peace, Jesus “Jess” Franco (1930-2013)

Jesús Franco Manera, detto Jess (Madrid, 12 maggio 1930 – Málaga, 2 aprile 2013)

 

I’m writing this quickly, as I have to get this out now, while the news is still stinging, but Jesús “Jess” Franco died yesterday. To me, Franco was and remains the most important figure in cinema, a fascinating individual who ate, slept and breathed moviemaking, who lived to point his lens at anything that caught his eye, who was too arty for the horror crowd and too macabre and lowbrow for the art crowd. He existed in a world of his own, a class of his own and he is of the handful of true auteur filmmakers in which the key to understanding and embracing his style, aesthetic and sensibility lay in viewing and analyzing his entire body of work.

And that, in and of itself, is no mean feat.

The Spanish born writer, director, sometime actor and always jazz musician and music junkie made about 200 films—that we know of—under almost as many pseudonyms. To love Franco was to play sleuth, sifting through titles, re-titles, alternate cuts, bootlegs, soft and hard versions (Franco was noted as being one of the pioneers of erotic horror, in some cases downright pornographic horror and fantasy depending on the country of release). Tim Lucas famously charted much of this Franconian skullduggery in the 80’s video boom in the pages of FANGORIA, its sister mag GOREZONE and his own magazine, VIDEO WATCHDOG. It was during this period that I too became one of the legions obsessed with Franco’s magnificent obsessions. I have written about Franco endlessly, taught classes about his work, had to stand tall against his many, many detractors, interviewed the man and his recently departed life partner and muse Lina Romay and was planning a big Franco cover story/lifetime achievement award issue for August with Severin bigwig and Franco pal David Gregory.

And that show *will go on.

I even made a movie called BLOOD FOR IRINA that I dedicated to Lina (the film is a sort of homage to the Franco/Romay classic Female Vampire) and was hoping to share with Jess this year. I’m proud of the work as I think it captures that most important element that made Franco’s work so powerful; not the sex, the blood or the shocks, but the romantic longing, the meandering jazz-like voyeurism and music-as-character texture. The real soul of a Franco film. Franco indeed made movies like he made his music: loose, fast, dreamy…not for all tastes, some more potent than others, but all inimitable and all truly his own.

There’s no point itemizing every picture Jess Franco made. Internet searches will point you in many directions to either begin or further your education. Just know that this humble editor of the mag you read is deeply saddened by the passing of a true maverick and has an even more potent renewed sense of purpose at getting that special Franco spotlight together.

May he rest in peace somewhere out there in the sunny, sandy, candle-lit and go-go boot littered ether beside the spirit of his lovely Lina.

April 2, 2013 – 8:48 am   |  by:  Chris Alexander

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Interview
Jess Franco is not the devil
He just tells stories about him. Okay?
by Sean O’Neal
September 24, 2009

With an oeuvre of more than 300 films, Spanish director Jesús “Jess” Franco is easily one of cinema’s most prolific directors. From the ’60s through the late ’80s, he churned out films at such a breakneck pace, often releasing them under dozens of different pseudonyms—a tactic he adopted, he’s said, so that other directors wouldn’t hate him. Franco is also one of filmdom’s most fearless provocateurs, drawn to stories of lesbian vampires, sadomasochism (he’s made several films based on the writings of the Marquis De Sade), and erotically charged horror, and he helped to pioneer such staple cult genres like “women in prison”—as well as the much-less-popular “nunsploitation.” Naturally, he’s endured his share of controversies, with many of his films blasted as sick and perverted, savaged by international censors, and even condemned by the Catholic Church. Yet he’s never softened even as his 80th birthday approaches, still collaborating with longtime muse Lina Romay and still cranking out unmistakably Franco films like Killer Barbys Vs. Dracula, albeit at a slower pace. The A.V. Club spoke to Franco—who accepts a Lifetime Achievement Award at this week’s Fantastic Fest, where he’ll also host screenings of Venus In Furs, Succubus, and Bare Breasted Countess—about why he doesn’t like his own movies, why filmmakers aren’t great artists, and how he’d like to die.

The A.V. Club: You’re being awarded a lifetime achievement award. What would you say is your greatest achievement?

Jess Franco: I don’t think I’ve done anything important or magnificent. I’m a worker, and the thing I prefer in my life is cinema. When I’m working in cinema, I’m happy.

AVC: You’ve actually said, “I don’t think I’ve made good movies. I’ve just made some movies more disgusting than others.” Do you generally not like your own films?

JF: No, I don’t like my movies. I prefer John Ford’s movies. [Laughs.] I’ve made some movies that are interesting, or that have some point, or are more or less beautiful. But I’ve never made anything big, from my point of view. “Big” like John Ford or someone of that kind. I say John Ford because he is my favorite director.

AVC: You’ve also said that you approach films like a jazz musician. Does that mean that you don’t always know what the final result will be?

JF: I started my life in music school, and I became a—not good, but acceptable piano and trumpet player. But there was a moment in my life where I had to make a choice whether I was a cinema director or jazz trumpeter, which are two things that are so different. In the point of view of my personal feelings, I love the music as well as the cinema, but the future of a trumpet player—in the money point of view, but also any point of view—is very short on expectations. The life of a moviemaker can be glorious and wonderful. It can put your life in the best of possibilities. I decided to forget music. Not forget, because this is impossible, but to work in cinema, and just to be someone who loves music, and who tries to make music with his films.

AVC: Many of your films hinge on the intersection of sex and death. How do the two relate for you?

JF: I think death and sex go together. If you shoot about sex in a funny way, it’s different. But when you are doing sex in a serious way, death is always around.

AVC: You and Luis Buñuel were once named the most dangerous filmmakers in the world by the Vatican. Do you think it’s possible for another filmmaker to shock people like you did?

JF: To shock? I don’t think I shocked anybody. But oh, you are talking about the Vatican. I was working in Paris one day, when they come and say, “Listen, now we are watched very closely, because we have been condemned by the Vatican.” And I say, “What? Why? It’s so stupid. I don’t get it.” But it does not matter, because I am not a Catholic. I don’t care about these things. But anyway, it was very stupid. I can tell you 200 people who are much worse than me.

AVC: Like who?

JF: Much more! Many more!

AVC: Are you a religious man at all?

JF: I am Christian from when I was little. Because of the politics in Spain, everybody must be Christian by law. But I’m not a real big believer. I believe in people. I believe in life. But not especially in Catholics or priests or whatever. What about you? You don’t say nothing! I would like to know if you are a believer.

AVC: No, I’m agnostic at best.

JF: Good, I like to hear these kinds of things. So many people have the impression that I am the devil, and are afraid to talk to me.

AVC: If you had to point to one as your definitive film, which would it be?

JF: I don’t think I have a definitive film. Such a thing is not possible for me. But if you’re curious about which film I would save from a fire, I should tell you Necronomicon [Succubus], Black Angel [Venus In Furs], and Miss Muerte [The Diabolical Dr. Z]. They are the most sincere. They are the most close to my previous idea to do it, you know what I mean? I like the style of black cinema. I like the style of expressionisimo, and they are the most of myself. I don’t say that I love it, though, because I don’t.

AVC: What are you working on now?

JF: I am working on an adaptation of The Human Voice, by Jean Cocteau, and a new version of Jekyll And Hyde. Okay?

AVC: Okay. Do you think you’ll ever fully retire?

JF: Retire? I am not retired! I will be retired the day I die. I was very close friends in Paris with a wonderful tenor sax player named Don Byas. He was very old—much older than me—and he told me one day, “I am thinking I will die very soon. I would like to die playing. It would be a beautiful way to die.” And he did! He was playing onstage and had a heart attack. [The official cause of death for Don Byas was lung cancer, and there’s no report of him dying onstage.—ed.] I think this is beautiful!

AVC: You once said, “I don’t care of being remembered.” Has that opinion changed the older you get?

JF: No, no, no. I don’t care about being remembered. I’m not a wonderful writer or anything. This should be reserved for people who really did something great. I think it’s a mistake to consider the movie director as if they were great artists. I think a very good movie director makes films to entertain people, but not to be considered like they were Cervantes, you know? One of the biggest problems now, with all the festivals and everything, is a confusion between the quality and the beauty and the highness of things. A film is a film. It’s something to entertain you a couple hours. Not to be considered as if it were Shakespeare.

AVC: So there’s not one filmmaker whom you would consider to be an artist?

JF: There are probably five or six directors who did something really great. Orson [Welles], my big friend, is one who would have to be remembered as a genius. I was working with him for a long, long time, and he was so clever and brilliant. But in general, a movie director is not as great as him. I have a lot of friends in the profession, and I can tell you, for instance, that Nicholas Ray was a very clever man, but he wasn’t a genius. I know very well his filmography, and Johnny Guitar is a very beautiful film, but it’s not the masterpiece of the century. In general, a movie is a movie. But this is a very special discussion. I do not think we will find a solution now! The problem is, I don’t think it’s so important to be a movie director. It’s a beautiful profession, but no more than to be a cartoon writer. A very rich cartoon writer. I’ve done a lot of films, and I know deeply that, in all of cinema, there is no director who is as good as Shakespeare. Excuse me for being pessimistic, though. I’m not pessimistic – I love it. I love my business. I love cinema.

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